Verità liberante


C’è una domanda che raramente abbiamo il coraggio di farci:
CHI STA VIVENDO AL POSTO TUO?

È una delle tracce più provocanti che Amadeo Furlan ci ha condiviso.

Scrive il dottore:
 
"La libertà non comincia quando puoi fare tutto ciò che vuoi.
Comincia quando scopri quante delle cose che vuoi non le hai mai scelte davvero".

E continua con grande schiettezza:
 
"CHI STA VIVENDO AL POSTO TUO?
Forse tuo padre.
Forse tua madre.
Forse un insegnante.
Forse una ferita.
Forse la paura di essere lasciato.
Forse il bambino che sei stato.
Forse il bisogno di essere riconosciuto.
Forse una voce che non esiste più fuori di te ma alla quale continui a obbedire dentro di te.
Non colpevolizzarti.
Scoprilo.
Perché la consapevolezza
non serve a processare il passato.
Serve a impedirgli di vivere automaticamente il futuro.
Chi sta vivendo al posto mio?
Perché potremmo avere cinquant’anni e continuare a obbedire a una frase ascoltata a cinque.
Potremmo avere successo e stare ancora cercando lo sguardo di un padre che finalmente dica: «Sono orgoglioso di te».
Potremmo prenderci cura di tutti non perché questa sia la nostra natura più autentica, ma perché un giorno abbiamo imparato 
che per essere amati dovevamo essere utili.
Potremmo non chiedere mai aiuto perché qualcuno ci ha insegnato che essere forti significava non aver bisogno di nessuno.
Potremmo dire sempre sì, perché il nostro sistema ha associato il conflitto alla possibilità di perdere amore.
Potremmo controllare tutto perché, molto tempo fa, l’imprevedibilità ci ha fatto paura.
E potremmo chiamare tutto questo: «Il mio carattere».
Quando forse una parte di ciò che chiamiamo carattere è anche adattamento
Prima ancora di possedere parole sufficienti per raccontarci il mondo, il nostro organismo lo stava già imparando.
Attraverso il contatto
la voce
l’assenza
la presenza
la sicurezza
l’imprevedibilità
le risposte degli adulti
le esperienze ripetute
Il cervello in sviluppo non registra semplicemente ciò che accade.
Impara regolarità.
Costruisce aspettative.
Associa.
Prevede.
Adatta le proprie risposte all’ambiente nel quale cresce.
È uno dei principi fondamentali dell’apprendimento e della neuroplasticità.
E allora il bambino non si domanda: «Quale strategia psicologica sarebbe più funzionale per la mia crescita?»
Fa qualcosa di infinitamente più intelligente.
Si adatta.
Se piangere porta vicinanza, impara qualcosa.
Se piangere porta rifiuto, impara qualcos’altro.
Se sbagliare significa essere umiliato, impara.
Se essere perfetto significa ricevere attenzione, impara.
Se esprimere rabbia mette in pericolo il legame, impara a trattenerla.
Se occuparsi degli altri mantiene la famiglia in equilibrio, può imparare a diventare indispensabile.
Non necessariamente perché qualcuno 
glielo abbia insegnato intenzionalmente.
Ma perché la vita insegna anche senza parlare.
Quali istruzioni abbiamo trasformato in automatismi prima ancora di poterle scegliere consapevolmente?
Potrebbero essere istruzioni come:
Non disturbare
Non deludere
Sii bravo
Sii forte
Non fidarti
Non dipendere
Occupati degli altri
Controlla
Non mostrare ciò che senti
Fatti amare
Non sbagliare
Non essere troppo
Non essere diverso
E attenzione.
Queste istruzioni non sono necessariamente nemiche.
Molte sono state soluzioni.
In quel momento, in quell’ambiente con quelle risorse ci hanno permesso di adattarci.
Il problema arriva dopo.
Quando l’ambiente cambia noi cresciamo, abbiamo altre possibilità, ma continuiamo a eseguire
lo stesso programma.
È come utilizzare a cinquant’anni una strategia costruita da un bambino di cinque.
Non perché quel bambino fosse debole.
Al contrario.
Perché era stato straordinariamente capace di adattarsi.
Ma sopravvivere a ieri e vivere oggi, non sono necessariamente la stessa cosa.

E ALLORA CHI STA SCEGLIENDO?
Prova a fermarti.
Non leggere velocemente questa parte.
Prendi una decisione importante della tua vita.
Una relazione, un lavoro, un’abitudine, il tuo rapporto con il denaro, il modo in cui ami, il modo in cui reagisci alle critiche, il tuo bisogno di controllo, la difficoltà nel dire no….
E chiediti: Questa scelta nasce da ciò che desidero oggi o da ciò che un giorno ho imparato a temere?
Poi un’altra: lo sto scegliendo o lo sto ripetendo?
E ancora:
Se non avessi paura di deludere nessuno, 
sceglierei ancora così?
Se non dovessi dimostrare il mio valore, continuerei a correre nello stesso modo?
Se non avessi paura di essere abbandonato, accetterei ancora questa relazione?
Se non avessi bisogno dell’approvazione 
degli altri, direi ancora sì?
Qui può iniziare una scoperta dolorosa.
Potremmo accorgerci che alcune delle nostre decisioni più adulte sono state prese da paure molto antiche.
FORSE LA LIBERTÀ NON È FARE CIÒ CHE VOGLIAMO
Forse questa è una delle illusioni del nostro tempo.
Crediamo che essere liberi significhi: «Faccio quello che voglio».
Ma la domanda precedente dovrebbe essere: «Chi ha insegnato a me a volere ciò che voglio?»
Perché posso desiderare il successo per passione, oppure per sentirmi finalmente abbastanza.
Posso desiderare una relazione per condividere, oppure per non sentirmi abbandonato.
Posso aiutare gli altri per amore, oppure perché senza essere necessario, non so più quale valore attribuirmi.
Posso essere perfezionista per amore dell’eccellenza, oppure perché l’errore dentro di me significa ancora: «Non meriti».
Il comportamento esterno può essere identico.
È l’informazione interna a essere completamente diversa.
Ecco perché conoscersi non significa soltanto sapere cosa facciamo.
Significa cominciare a comprendere: da dove lo stiamo facendo.
Se togliessimo lentamente le paure apprese, le aspettative degli altri, i ruoli familiari, il bisogno di dimostrare, le etichette, le ferite trasformate in identità, i modelli ricevuti, che cosa rimarrebbe?
Qui la scienza può accompagnarci molto lontano.
Ma esiste un punto nel quale ciascuno deve scegliere il linguaggio con cui interrogare il mistero della propria esistenza.
Io, qui, scelgo anche il mio…..Dio.
E allora la domanda diventa: quanto di ciò che sono oggi appartiene alla vita che Dio mi ha consegnato e quanto appartiene alle paure che gli uomini mi hanno insegnato?
Non sto contrapponendo Dio alla biologia.
Forse sto facendo esattamente il contrario.
Sto domandando se sotto gli adattamenti necessari sotto le difese, sotto ciò che abbiamo imparato per essere accettati esista ancora una possibilità originaria di essere, di amare, di scegliere, di creare, di incontrare l’altro senza possederlo, di appartenere senza sottomettersi.
 «LA VERITÀ VI FARÀ LIBERI»
C’è una frase del Vangelo di Giovanni che oggi leggerei anche attraverso questa domanda:
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
Forse la prima verità dalla quale cominciare è quella su noi stessi.
Non la verità che condanna.
Quella che smaschera.
Sto amando o ho paura di perdere?
Sto aiutando o ho bisogno di essere necessario?
Sto obbedendo per rispetto o per paura?
Sto combattendo per un valore o per una vecchia ferita?
Sto scegliendo questa vita o sto cercando ancora di ottenere qualcosa
che mi è mancato molto tempo fa?
Questo, per me, è uno dei significati più potenti della liberazione.
Non sostituire una prigione con un’altra.
Non cambiare padrone.
Diventare consapevoli di ciò che ci governa.
Perché non può esserci vera libertà dove esiste soltanto obbedienza inconsapevole.
Ed è qui che conserverei una sola, potentissima intuizione del testo che mi hai dato.
Come potrà la tenebra generare luce?
Come potrà la paura insegnarci la libertà se continuiamo a scegliere attraverso la paura?
Come potrà la sottomissione insegnarci dignità?
Come potrà il bisogno di possedere insegnarci amore?
Come potrà il controllo assoluto insegnarci fiducia?
Come potrà il bisogno di approvazione insegnarci autenticità?
Come potrà l’odio verso noi stessi condurci alla trasformazione?
Un mezzo contrario alla vita difficilmente può diventare il nostro maestro di vita.
E forse la conversione più difficile non consiste nel diventare qualcun altro.
Consiste nello smettere di alimentare ciò che ci allontana da ciò che potremmo essere.
Ecco però il punto nuovo.
Non dichiarare guerra ai tuoi programmi.
Ringraziali.
Quel bisogno di controllare forse un giorno ti ha dato sicurezza.
Quel perfezionismo forse ti ha fatto sentire riconosciuto.
Quella disponibilità assoluta forse ti ha permesso di appartenere.
Quella durezza forse ha protetto qualcosa di estremamente fragile.
Non devi odiare la persona che sei stato.
Devi poterle dire: «Grazie. Mi hai portato fin qui. Ma da questo punto posso provare a guidare io».
Questa è trasformazione.
Non distruggere il passato.
Togliergli il volante".
 

 

Commenti

  1. Non devi odiare la persona che sei stato.
    Devi poterle dire:
    «Grazie. Mi hai portato fin qui.
    Ma da questo punto posso provare a guidare io».
    Questa è trasformazione.
    Non distruggere il passato.
    Togliergli il volante".

    RispondiElimina
  2. CHI
    STA VIVENDO
    AL POSTO
    TUO?

    RispondiElimina
  3. "Consiste nello smettere di alimentare ciò che ci allontana da ciò che potremmo essere."
    Ognuno di noi è seme di Dio, seme che vuole venire alla Luce. "DIO E' AMORE" (1 Gv:4:8) siamo nati per essere amore, per amare ed essere amati. È sempre l'Amore che deve guidarci, renderci consapevoli delle scelte, che ci realizza e ci permette di essere ciò che siamo.

    RispondiElimina
  4. La qualità del mio quotidianompurtroppo,è dettato da questa doppiezza;apparie,fare ciò che non vorrei fare!
    L'attività si;rendermi disponibile sempre;aiutare non sempre è vero aiuto,ma "sottomissione",obbligo;lo accontento...così mi giudica meglio....
    Da questo comportamento mi sto liberando lentamente..è pur sempre strutturato nel mio DNA da anni,,,,NON LO DEPENNO
    ma sto piano piano vivendo veramente;NO è veramente no.....
    Grazie

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Non azione ma relazione

Esistere senza dividersi

Riunificazione