Ciò che giace in noi


La vita è piena di paradossi. La fecondità e la luce spesso si annidano dove non le cercheremmo mai.

Quanti angoli bui della nostra anima abbiamo rinunciato ad esplorare sicuri che non nascondino niente di buono!

"Non tutto ciò che è fermo ha smesso di vivere. 
A volte la vita giace in silenzio perché sta preparando una forma nuova". 
Questo scrive Amadeo Furlan 
e ci invita a fermarci e cercare 
dove abbiamo trascurato di fare luce.

Rami morti pronti a rifiorire in primavera 
ci stupiranno sempre.
Fuori e dentro di noi.

Leggiamo insieme:

"Giacere è una parola antica. 
Deriva dal latino iacēre: stare disteso; essere coricato; trovarsi in un luogo; rimanere immobile; essere deposto. Dalla stessa radice latina nasce anche un'immagine interessante: qualcosa che è stato gettato, posto, lasciato lì. Giacere, quindi, non significa necessariamente dormire. Non significa necessariamente riposare. Può significare semplicemente: non muoversi più da dove ci si trova. Ed è proprio qui che questa parola diventa profondamente umana. Perché esistono momenti nei quali giaciamo con il corpo. E altri nei quali continuiamo a camminare, lavorare, parlare, sorridere...ma dentro di noi qualcosa giace da anni. Un desiderio. Una scelta. Una ferita. Un talento. Una parte di noi che abbiamo lasciato in un punto della nostra storia e che non siamo più tornati a cercare.   
NON TUTTO CIÒ CHE GIACE È MORTO….In inverno un campo può sembrare vuoto. La terra è fredda. Gli alberi hanno perso le foglie. Non ci sono fiori. Non ci sono frutti. Guardandolo potremmo pensare che la vita si sia ritirata. Eppure sotto quella terra accade moltissimo. Le radici continuano a esistere. I semi rimangono custoditi. I processi biologici rallentano. La natura non è morta. Sta giacendo. Aspetta. Non nel significato umano dell'attesa ansiosa. Non guarda l'orologio. Non si domanda quando arriverà la primavera. Non si sente in colpa perché non sta producendo frutti. Semplicemente attraversa una fase nella quale non deve mostrare nulla per continuare ad essere viva. E forse abbiamo dimenticato proprio questo.   
NOI, INVECE, ABBIAMO PAURA DI STARE FERMI, viviamo in una cultura che associa continuamente il movimento al valore. Devi fare. Produrre. Rispondere. Migliorare. Crescere. Dimostrare. Ripartire. Perfino quando soffriamo ci viene chiesto di reagire velocemente. «Forza.» «Devi andare avanti.» «Non pensarci.» «Rimettiti in gioco.» «Voltare pagina.» Sono frasi pronunciate spesso con amore. Ma qualche volta dimenticano una cosa fondamentale. Prima di rialzarsi bisogna avere il diritto di essere rimasti a terra. Perché non tutto ciò che si ferma deve essere immediatamente rimesso in movimento. Esistono esperienze che hanno bisogno di essere attraversate. Un lutto. Una separazione. Una delusione. Una sconfitta. Una malattia. La fine di un progetto. Il crollo di qualcosa nel quale avevamo creduto. In quei momenti la nostra cultura ci chiede: «Quando riparti?» Forse il nostro organismo sta ponendo una domanda diversa: «Hai già compreso dove sei caduto?»   
Fermarsi non significa necessariamente smettere di evolvere. Qualche volta significa permettere all'evoluzione di avvenire in una parte di noi che non possiamo comandare.   
MA ESISTE ANCHE UN GIACERE CHE DIVENTA PRIGIONE….Ed è qui che questa parola mostra la propria dualità. Perché possiamo giacere per recuperare. Ma possiamo anche giacere perché abbiamo smesso di credere di poterci rialzare. Possiamo rimanere dentro una ferita molto oltre il tempo necessario per attraversarla. Possiamo giacere in una relazione finita. In un fallimento. In un'offesa. In una colpa.
In ciò che qualcuno ci ha fatto. In ciò che non abbiamo avuto. In quello che avremmo voluto essere. Il corpo continua ad andare avanti. Gli anni passano. Cambiamo casa. Lavoro. Persone. Luoghi. Ma emotivamente continuiamo a giacere nello stesso punto. È una delle forme più silenziose dell'immobilità. Perché dall'esterno nessuno la vede.  
 QUANDO UNA FERITA DIVENTA UN LUOGO, il cervello possiede una straordinaria capacità di apprendimento. Quando un'esperienza è emotivamente significativa, costruisce associazioni. Un luogo. Una voce. Un'espressione. Un odore. Una situazione. Possono diventare segnali capaci di riattivare ciò che abbiamo vissuto. Questo è fondamentale per proteggerci. Il passato insegna al cervello come interpretare il futuro. Ma proprio questa straordinaria capacità può creare un paradosso. Possiamo uscire da un evento senza che quell'evento sia ancora uscito da noi. La relazione è terminata. Ma continuiamo ad aspettarci l'abbandono. La minaccia non esiste più. Ma continuiamo a proteggerci. Qualcuno ci ha umiliati molti anni fa. Ma continuiamo a vivere cercando di dimostrare quanto valiamo. L'evento appartiene al passato. La risposta continua ad appartenere al presente. È come se una parte del nostro sistema nervoso continuasse a giacere accanto a ciò che è accaduto.   Penso a Nelson Mandela. Ventisette anni di prigionia. Per gran parte di quel tempo, uno spazio fisico estremamente limitato. Un uomo al quale era stata tolta quasi completamente la possibilità di decidere dove andare. Eppure, accadde qualcosa di straordinario. Il suo corpo era confinato. Il suo pensiero non rimase prigioniero nello stesso punto. Quando uscì dal carcere nel 1990 avrebbe potuto consegnare il resto della propria vita al rancore. Ne avrebbe avuto comprensibilmente tutte le ragioni. Avrebbe potuto continuare emotivamente a giacere dentro quei ventisette anni. Scelse invece di trasformare quell'esperienza in una direzione. Non cancellò ciò che era accaduto. Non disse che non aveva importanza. Non dimenticò. Fece qualcosa di molto più difficile. Impedì al passato di decidere completamente il futuro. Forse è questa una delle forme più profonde della libertà. Non poter scegliere tutto ciò che ci accade. Ma poter lavorare affinché ciò che ci è accaduto non diventi per sempre il luogo nel quale giaciamo.   
GIACERE NON È ARRENDERSI. Esiste una differenza enorme tra resa e abbandono della lotta inutile. La resa dice: «Non posso più fare nulla.» La quiete dice: «In questo momento non devo fare nulla.» Sembrano frasi simili. Biologicamente e psicologicamente possono raccontare esperienze molto differenti. Una nasce dall'impotenza. L'altra può nascere dalla fiducia. Una chiude le possibilità. L'altra crea spazio. Una dice: «È finita.» L'altra: «Non so ancora cosa sta iniziando.»   C'è un'immagine che continua a tornarmi alla mente. Un seme sotto terra. Se potessimo parlargli forse gli diremmo: «Muoviti.» «Cresci.» «Datti da fare.» «Fuori ci sono altri alberi che stanno già producendo.» Sarebbe ridicolo. Il seme possiede il proprio tempo. Prima costruisce ciò che nessuno vede. Poi rompe il proprio involucro. Poi mette radici. Soltanto dopo cerca la luce. Noi invece vogliamo spesso fare il contrario. Vogliamo mostrare i rami prima di avere costruito le radici. E quando la vita ci costringe a fermarci, interpretiamo immediatamente quella fase come fallimento. Forse alcune immobilità non sono interruzioni della nostra storia. Sono gestazioni.   
«Sono fermo perché non posso andare avanti.» E allora giacere diventa rinuncia. Immobilità. Rassegnazione. La propria storia diventa una sentenza. Il passato diventa identità. La ferita diventa casa. La consapevolezza dice invece: «Posso fermarmi senza perdermi. Posso riposare senza rinunciare. Posso lasciare giacere ciò che deve finire senza giacere insieme ad esso.» Questa è una distinzione importante. Perché alcune cose della nostra vita devono essere rialzate. Altre devono essere lasciate andare. La saggezza consiste anche nel riconoscere la differenza".   



Commenti

  1. GIACERE NON È ARRENDERSI. Esiste una differenza enorme tra resa e abbandono della lotta inutile. La resa dice: «Non posso più fare nulla.» La quiete dice: «In questo momento non devo fare nulla.» Sembrano frasi simili. Biologicamente e psicologicamente possono raccontare esperienze molto differenti. Una nasce dall'impotenza. L'altra può nascere dalla fiducia. Una chiude le possibilità. L'altra crea spazio. Una dice: «È finita.» L'altra: «Non so ancora cosa sta iniziando

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  2. Forse
    alcune immobilità
    non sono
    interruzioni della nostra storia.
    Sono gestazioni.

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  3. "Posso riposare senza rinunciare."
    La vita è vita perché ha bisogno di venire sempre fuori, è una forza che non si può combattere, può essere sepolta, ma è sempre viva, anche nascosta, anche quando giace. Posso giacere, restare ferma , immobile con il corpo, ma la vita dentro troverà sempre il modo di venire fuori. Come ai piedi di una sorgente sento scorrere il rumore dolce dell'acqua, cosi la mia anima siede ai piedi della Vita, ascoltando la sua dolce presenza

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  4. Non tutto ciò che è fermo ha smesso di vivere!
    Si
    Si plasma e si determina ciò che la corteccia cerebrale ESTERNA!
    Si nasconde ciò che non fa piacere condividere,si;ma c'è pure QUALCOSA che è fermo dentro,perchè lo sai gestire...Deve rimanere lì,non farlo riaffiorare...
    Questo è frutto di un lavorìo quotidiano...mettersi all'ASCOLTO di qualcosa di più gratificante,non le vocine di dentro.
    Io ho un cassetto...dove nessuno entra..e da lì prendo forza,spunto per rinascere,ri vivere alla TUA luce.
    Grazie

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  5. Ho tanta paura di restare paralizzata nei miei pensieri deliranti

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  6. Ho tanta paura di restare paralizzata nei miei pensieri deliranti

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