Chiamare sorella la morte


Chiamare sorella la morte è uno dei tanti doni sorprendenti che Francesco d'Assisi fa alla nostra fede e alla nostra vita.


Oggi, nel giorno della sua festa, vogliamo riascoltare questa parola nel racconto che ne fa padre Alberto Maggi, noto biblista e animatore spirituale.

Come per quasi tutti i santi, il giorno della memoria liturgica di Francesco coincide con il giorno della sua morte.

È la nascita al cielo, la seconda nascita, come la chiamavano i primi cristiani.

Francesco con le parole e la vita ha t dato un senso nuovo, evangelico, a tante cose dell'esperienza cristiana, rendendola più vicina alla Parola ispiratrice del Vangelo di Gesù.

Accade così anche per la sua morte.

Leggiamo insieme:

"Mentre la Chiesa insegnava, con la sua autorità indiscussa, che la morte era entrata nel mondo come conseguenza del peccato originale, come un castigo per la trasgressione dell’uomo, Francesco la vive e la percepisce in modo completamente diverso. Egli non si perde in dispute teologiche o astratte, ma trasforma la prospettiva dominante: in un contesto religioso in cui la morte era rappresentata come figura spettrale, vestita di nero, con la falce in mano, pronta a strappare senza pietà giovani e anziani, Francesco parla di essa come di una dolce amica, che non interrompe la vita ma la conduce alla sua pienezza. E la chiama «sorella», benedicendo il Signore: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale».
Quello che per molti era un tremendo castigo, per Francesco diventa un dono, segno della pienezza della vita dell’uomo. La morte non è un’intrusa venuta a rovinare i piani di Dio (Sap 2,24), ma fa parte delle opere del Creatore: è una sua creatura, indispensabile e vitale come frate Sole, sora Luna, le stelle, frate Vento, sora Acqua, frate Fuoco e sora Terra, che sostiene e governa ogni forma di vita, producendo frutti, fiori ed erbe. A sorpresa, tra queste opere di Dio, indispensabili per la sussistenza, Francesco include anche «sora nostra morte corporale»: essa non strappa l’uomo alla vita, ma lo introduce a quella definitiva, trasformando il castigo in beatitudine: «Beati fin d’ora i morti che muoiono nel Signore… perché le loro opere li seguono» (Ap 14,13).
Nella morte si raccoglie ciò che si è seminato. Papa Innocenzo iii, uomo potente e bellicoso, fondatore della prima Inquisizione episcopale, fece una macabra fine: mentre era pronto a salire a cavallo per combattere, morì improvvisamente. Poi il suo cadavere, lasciato in avanzato stato di decomposizione, fu spogliato dai ladri, nella cattedrale di Perugia. Francesco, invece, seminatore di vita, pace e gioia, morì come un chicco di grano che, caduto in terra, germoglia e fiorisce in spiga (Gv 12,24).
Francesco non era bello secondo i canoni mondani. Tommaso da Spalato, che lo vide predicare a Bologna nel 1222, lo descrive come «persona spregevole, con abito sudicio e volto senza bellezza». I cronisti parlano di statura mediocre, carnagione scura, braccia corte e piedi piccoli. Frate Elia scrive che Francesco, in vita, aveva un aspetto dimesso e il suo corpo era segnato da sofferenze e contrazioni dolorose.
Eppure, nel momento del trapasso, «sora nostra morte» non lo sfigurò, lo trasfigurò: l’incontro con il Dio-Luce illuminò la sua figura, rivelando la bellezza interiore che mai era emersa con tanta pienezza nella sua vita. Francesco non «salì in cielo» al momento della morte, perché il cielo era già in lui, presente nella sua esistenza conforme a Cristo: «Se uno mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a Lui e prenderemo dimora presso di Lui» (Gv 14,23).
La morte rivelò la sua vera bellezza, come scrive frate Elia: «Dopo la morte, il suo volto si fece bellissimo, splendente di mirabile candore e consolante a vedersi». Ciò è confermato da Tommaso da Celano: Francesco morto era «di una bellezza sovrumana, che comprovava in lui il premio della beata resurrezione». Così, nella morte, la ricchezza interiore di Francesco non si estinse, ma fiorì in nuova forma, sperimentando ciò che l’antica spiritualità cristiana prometteva a chi muore nel Signore: «Dimorerò nelle altezze di quel mondo là; sarò simile agli angeli e somigliante alle stelle, trasformato in qualsiasi forma vorrò, di bellezza in grazia, di luce in splendore di gloria» (Apocalisse siriaca di Baruc, 2, li,10)".

Commenti

  1. Francesco parla della morte
    come di una dolce amica,
    che non interrompe la vita
    ma la conduce alla sua pienezza.
    E la chiama «sorella»,
    benedicendo il Signore:
    «Laudato si’, mi’ Signore,
    per sora nostra morte corporale»

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  2. così penso della morte:
    il momento culminante
    della mia vita
    dove in un soffio
    lo penso in un bacio
    il mio amato
    mi porta con se

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  3. È la nascita al cielo, la seconda nascita, come la chiamavano i primi cristiani.
    Non la nascita terrena, ma la nascita alla vita eterna, il passaggio alla presenza di Dio.
    La vita terrena è vista come un cammino verso la vera vita, quella eterna.
    Signore grazie per quello che mi dici ,stamane.
    La morte non è l'ULTIMA parola.....ci sei TU ,che mi aspetti....che mi doni...si doni la vita vera.
    Fammelo metabolizzare!
    Amen

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