Conoscere ed essere conosciuti
La conoscenza apre tante porte ma l'illusione di conoscere ne chiude tante.
Tra due persone, nei riguardi di una situazione, nei fatti che riguardano una comunità, la conoscenza permette di vivere bene la realtà.
Ma che significa conoscere veramente?
Amadeo Furlan ci accompagna in questa riflessione che ha tanti risvolti, spesso sottovalutati.
Leggiamo insieme:
"Essere conosciuti è prezioso.
Ma anche chi ci ama può non capire.
Può leggere male un silenzio.
Può pensare che desideriamo spazio quando vorremmo vicinanza.
Può offrirci una soluzione mentre avremmo bisogno di essere ascoltati.
Esprimere un bisogno dà alla relazione una possibilità in più.
«Oggi avrei bisogno di un abbraccio».
«Vorrei raccontarti una cosa senza cercare subito una soluzione».
«Quello che è successo mi ha ferito. Possiamo parlarne?»
Parole semplici.
A volte difficilissime, perché ci espongono alla possibilità che l’altro non risponda come speriamo.
Ma ci permettono di uscire dalla prova silenziosa alla quale, qualche volta, sottoponiamo chi ci sta vicino.
In Fromm, l’amore comprende cura, responsabilità, rispetto e conoscenza.
Quattro parole che possiamo portare nei gesti quotidiani.
La cura mi chiede se presto attenzione alla vita della persona che amo.
Se conosco ciò che la affatica.
Se mi interessa quello che per lei conta, anche quando per me è secondario.
La responsabilità mi invita a considerare come rispondo ai suoi bisogni e quali conseguenze hanno i miei comportamenti.
Il rispetto riguarda la possibilità di riconoscerla nella sua individualità.
Di desiderarne la crescita senza pretendere di stabilire al suo posto chi debba diventare.
La conoscenza richiede che continui a essere curioso.
Che non confonda la persona con l’idea che mi sono fatto di lei.
Perché possiamo vivere accanto a qualcuno per anni e continuare a rispondere a una versione di lui che non esiste più.
«Tu sei sempre stato così».
«So già cosa stai per dire».
«È inutile che me lo spieghi».
Sono frasi che chiudono la conversazione proprio dove potrebbe cominciare una scoperta.
Quando è stata l’ultima volta che ho permesso alla persona che amo di sorprendermi?
Forse ha cambiato desideri.
Forse qualcosa che prima tollerava ora le pesa.
Forse ha trovato il coraggio di esprimere un bisogno che aveva sempre trattenuto.
Posso ascoltarlo senza considerarlo immediatamente una minaccia al nostro equilibrio?
Amare richiede anche questa disponibilità.
Accettare che la familiarità non ci dia il possesso dell’altro.
Poi c’è l’equivoco del sacrificio.
L’idea che, per dimostrare amore, dobbiamo esserci sempre.
Comprendere tutto.
Sopportare.
Rinunciare.
Ma se continuo a dire sì mentre accumulo risentimento, quale presenza sto offrendo?
E se non posso esprimere un limite senza temere una punizione, quanto sono libero dentro quella relazione?
Possiamo prenderci cura di qualcuno e avere confini.
Possiamo voler bene e dire:
«Questo mi fa male».
«Oggi non riesco».
«Ho bisogno che troviamo un modo diverso».
L’impegno nell’amore non ci obbliga a restare in rapporti che ci umiliano o ci mettono in pericolo.
E la domanda «sono capace di amare?» non deve diventare un modo per attribuirci la responsabilità di tutto ciò che non funziona.
Una relazione coinvolge più persone.
La disponibilità di una sola non può sostituire per sempre quella dell’altra.
C’è anche un’altra idea che vorrei lasciare andare:
«Prima devi essere completamente a posto con te stesso. Poi potrai amare».
Se fosse così, quando potremmo cominciare?
Entriamo nelle relazioni con fragilità, contraddizioni, parti ancora da comprendere.
Possiamo crescere anche insieme.
Possiamo ricevere aiuto.
Possiamo imparare a fidarci attraverso esperienze di vicinanza.
La responsabilità personale comincia nel riconoscere ciò che portiamo nel rapporto e nel cercare di non trasformarlo continuamente in una richiesta impossibile.
«Non farmi sentire mai solo».
«Non deludermi mai».
«Dimostrami ogni giorno che nessuno potrebbe prendere il mio posto.»
Nessuna persona può garantire un’esistenza senza insicurezza.
Possiamo però costruire accordi, fiducia, gesti di presenza.
Possiamo imparare a riconoscere una difficoltà prima che diventi un attacco.
E a chiedere scusa quando abbiamo ferito qualcuno.
Una scusa che non cancelli subito se stessa con un «però».
Mentre cammino, penso che l’arte di amare si riconosca anche in momenti poco spettacolari.
Quando metto da parte il telefono per ascoltare.
Quando ricordo qualcosa che per l’altro era importante.
Quando mantengo un impegno.
Quando riesco a dire «hai ragione, qui non ti ho considerato».
Quando accolgo un successo senza sentirmi diminuito.
Quando faccio una domanda prima di credere alla mia interpretazione.
È lì che un sentimento trova una forma abitabile.
Leggendo Fromm: l’amore merita il tempo che dedichiamo alle cose che desideriamo imparare bene.
Attenzione.
Pratica.
Pazienza.
La disponibilità a correggerci.
Possiamo continuare a desiderare di essere amati.
È un desiderio che merita accoglienza.
E possiamo affiancargli una responsabilità altrettanto preziosa:
rendere il nostro amore un’esperienza nella quale l’altro possa sentirsi conosciuto, rispettato e libero di essere se stesso".

"rendere il nostro amore un’esperienza nella quale l’altro possa sentirsi conosciuto, rispettato e libero di essere se stesso".
RispondiEliminaÈ il mio desiderio, il mio bisogno. Imparare a dialogare, trovare spazi e tempi da dedicarsi l'un l'altro, per conoscersi, ritrovarsi bisognosi del bene reciproco, dell'accoglienza per quello che siamo, "almeno fra me e te, che non ci siano maschere". Amare è un'arte
Quando riesco a dire «hai ragione, qui non ti ho considerato!
RispondiEliminaAprirsi alla verità di sè stessi,ti rende libero.
Gesù mi vuole libero!
Questa libertà realmente intesa(senza legacci vari),mi fa veramente CONSIDERARE l'Altro!
Amare.