L'illusione in quattro parole
Con queste parole Giuseppe Forlai, sacerdote ed eremita urbano, ci introduce nel discorso sul nostro cammino ostacolato dalle illusioni.
Illusione e delusione sono sempre in agguato nel nostro cuore.
Vigilanza e sobrietà ci sono necessarie per non cadere in trappola.
La società in cui viviamo ci bombarda con promesse effimere: tutto e subito, soluzioni facili, e non tenere conto dei limiti.
Abbocchiamo per fame.
Continua il nostro autore:
"Non bisogna cinicamente soffocare gli entusiasmi, basta avere un po’ di buon senso e ricordarsi prudentemente di non capitolare alle prime difficoltà.
Prendiamo le mosse dalle illusioni: quattro
termini di uso comune ci possono istruire. Dunque, l’apprendista solitario – come ogni cercatore di Dio – dovrebbe eliminare dal suo “vocabolario interiore” queste parole: facile, subito, tutto, comunque.
• Facile. Nella vita spirituale “facile” non esiste, ma non perché – si badi bene – essa sia difficile, quanto a causa del fatto che siamo disabituati a vivere in quella dimensione profonda che in realtà ci è connaturale! Recuperare il nostro habitat più autentico è una vera e propria impresa. Ci vuole coraggio. Il Regno di Dio è dei violenti e i violenti se ne impadroniscono (cfr. Mt 11,12).
Guardiamo al Maestro Divino che ha fatto tanta fatica per conquistare i nostri cuori, e nonostante la sua bontà, l’umanità per lo più lo ha rifiutato. È morto in croce per noi, ma l’uomo continua a vivere ripiegato sull’ego. Nulla è stato agevole per Gesù su questa terra. Il Figlio di Dio prima di morire in croce è dovuto morire tante e tante volte nel cuore. Figuriamoci dunque se le cose possano essere scorrevoli per noi che siamo solo delle creature.
Le cadute, i rallentamenti fanno parte del gioco; l’importante è non mollare la presa e confidare
nel Signore che mai delude e mai inganna chi si impegna per il suo Regno.
• Subito. Se non ci sono cose facili – specialmente all’inizio del cammino – di conseguenza i risultati non arriveranno presto. Molto lunga è la strada per acquisire virtù che diano gusto e gioia duraturi. San Benedetto – maestro di gradualità – nel prologo della sua Regola scriveva che solamente alla fine col «progresso della vita spirituale e della fede, dilatato il cuore, con indicibile soavità d’amore, si corre la via dei comandamenti di Dio». Ma quanta perseveranza e pazienza per arrivare al dilatato corde!
Pensiamo per quanto tempo il Padre ha preparato il popolo eletto alla rivelazione del Messia, e da quanti pochi israeliti quest’ultimo è stato creduto durante il suo ministero pubblico in Galilea e a Gerusalemme! Nonostante ciò, Dio aspetta sempre, fino all’ultimo, che i suoi figli ritornino a lui, che il fico maturi, che la vigna porti frutto. Il “subito” dal vocabolario della vita spirituale è più difficile da eliminare del “facile”, poiché siamo cresciuti in una cultura in cui l’ansia per il risultato raggiunge livelli spasmodici e la velocità delle informazioni supera la capacità della mente di assimilarle.
• Tutto. Anche qui guardiamoci bene dagli abbagli. Sogniamo di essere santi, al modo che vogliamo noi (ossia “narcisisticamente”), non come vuole Dio. Pensiamo che un giorno saremo perfetti, senza smagliature, ricchi di carismi e mai scoraggiati, mai bloccati, mai sconfitti. Invidiamo gli altri perché non valorizziamo le grazie che riceviamo. Ma la realtà ha molte meno pretese di noi: miglioriamo su un aspetto e fatichiamo su di un altro; crediamo di essere oramai al riparo da certe tentazioni, invece ritornano. La vita trionfa sulle illusioni. Finché siamo in itinere l’alternarsi di armonia e dissonanza non deve né spaventarci né meravigliarci. “Tutto” è una dimensione che a noi umani non è consentito pretendere ma solo desiderare. Anche il Maestro non ha insegnato tutto, ma ha lasciato allo Spirito di condurre i discepoli alla verità intera (cfr. Gv 16,13). Lui non ha preteso di farlo. Dobbiamo affrontare un passo alla volta perché siamo deboli. Progredire un poco ogni giorno: questo è il segreto di riuscita.
• Comunque. Infine, un avverbio che ci rimanda a una ulteriore illusione, quella di pensare che nonostante tutto ce la caveremo lo stesso. Da bambini sapevamo che anche quando
sbagliavamo o facevamo i capricci mamma e papà c’erano sempre. Ogni nostra colpa ricadeva su di loro. Quando combinavamo guai qualcuno poteva sempre toglier le castagne dal fuoco. Ma nella vita spirituale non va esattamente così: ciascuno risponde in proprio delle sue pigrizie e dei suoi capricci. “Comunque vada…” non sarà un successo!
Trascinarsi accidiosamente o impegnarsi non è la stessa cosa. Pensare che senza portare la croce si progredirà comunque verso la risurrezione… è una pura follia!"

. “Tutto” è una dimensione che a noi umani non è consentito pretendere ma solo desiderare.
RispondiEliminaC'è un senso di incompletezza in ognuno di noi, ci manca sempre qualcosa e la cerchiamo nelle relazioni, nel benessere, nei divertimenti. Più la cerchiamo"fuori" di noi, più ci allontaniamo dal nostro "obiettivo". Vitale è invece, prendere consapevolezza che tutti desideriamo di essere santi, pieni, completi, ma siamo in cammino verso la santità, la pienezza, il compimento. È il desiderio di Dio, il desiderio di essere quello che veramente siamo: figli e come Cristo, uniti al Padre. È un cammino che si fa dentro di noi, nelle profondità della nostra Essenza. Che lo Spirito di Dio, che dimora in abbondanza nei nostri cuori ci guidi per la giusta strada.