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Kyrie eleison

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  “Signore, amami teneramente” Nel nuovo messale, che a breve inizieremo ad utilizzare nelle celebrazioni eucaristiche, c'è una modifica che mi ha sorpreso: diremo "Kyrie eleison" invece di "Signore pietà".  Mi sono chiesto il perché di questo ritorno al greco antico, quello in cui è scritto il Nuovo Testamento, e ho scoperto cose molto belle. Dico subito che la traduzione Signore pietà, è la più povera di significati e poi nel nostro linguaggio comune avere pietà di qualcuno sa di umiliazione. Sono due parole ricche di tante risonanze se lette alla luce del vangelo e della tradizione dei Padri. Questa invocazione ricorre dieci volte nei Vangeli sinottici ed è rivolta a Gesù (Mt 9,27; 15,22; 17,15; 20,30-31 [2x]; Mc 10,47-48 [2x]; Lc 17,13; 18,38-39 [2x]). E precisamente in questi passi è scritta così: Kyrie eléēson (Κύριε ἐλέησον). Tutta la Scrittura proclama che Dio è Signore (Kyrios).  Due soli esempi, per gustare tutta la bellezza di questa invocazione. ...

Siedo di fianco alla mia mente

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In ogni tradizione religiosa si trovano parabole, racconti, quadretti deliziosi, perché gli insegnamenti passano meglio e vanno più in profondità per la via dell'intuizione che per un faticoso ragionamento. Tutti conosciamo le parabole del vangelo, i racconti dei padri del deserto, i fioretti di santi e di guide spirituali, e da ognuno di questi racconti attingiamo sapienza in modo bello.  Il racconto che meditiamo oggi viene dalla tradizione buddista, ed ha come tema la meditazione. Come insegnare a meditare? Come definirla? Come farne capire l'utilità per la nostra vita di tutti i giorni? Un bel racconto risponde a queste ed altre domande, senza stancarci e divertendoci. Il nostro intuito arriva prima del ragionamento e un racconto bello conquista prima il cuore di un noioso trattato.  Si narra: Un giorno Buddha stava attraversando una foresta. Era assetato, per cui disse ad Ananda, il suo primo discepolo: “Ananda, torna indietro. A qualche miglio da qui abbiamo attraversato...

Tieniti dritto e sorridi

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Leggiamo e meditiamo insieme una poesia di Lanza del Vasto, discepolo di Gandi, e come lui profeta della non violenza. Personaggio originale e pieno di carismi,  musicista, scultore, pittore, orafo, scrittore, ma soprattutto ebbe la fama di profeta, pacifista, riformatore e mistico. A chi gli chiedeva “sei cristiano?”, rispondeva: “Sarebbe bene prezioso dire di sì. Tento di esserlo". Instancabile educatore, ha fondato comunità di vita in cui le regole della non violenza e della riconciliazione ne costituivano la struttura.  Leggendo questa poesia mi è tornato in mente il monito di Paolo: "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene" ( Rm 12, 21). Il nostro testo ci esorta in ogni modo alla perseveranza nel bene, nel tenere ferma la strada intrapresa, facendolo con gentilezza e benevolenza, col sorriso appunto. Idealisti rancorosi e riformatori dal pugno di ferro non fanno, alla lunga, il bene di nessuno.  Ascoltiamo la sapienza di un uomo di pace:  ...

La Pasqua di Francesco

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  Sabato 3 ottobre 1226 Francesco, il poverello di Assisi, sta morendo. Già da alcuni giorni si sta preparando a questo passaggio, a questa ennesima trasformazione. I suoi fratelli gli sono attorno. Lui compie dei gesti in preparazione, celebra la sua morte. Proprio così, celebra la sua morte come ha fatto Gesù il giorno prima nella cena del giovedì santo.  Celebrare i passaggi fondamentali della vita sappiamo tutti che senso ha. Compleanno, matrimonio, laurea, inizio di un nuovo lavoro, tante occasioni che non lasciamo scorrere in modo anonimo, ma celebriamo festosamente con le persone più care. Celebrare è un gesto di vita che rende più prezioso il passaggio che si vive. Gesù ha celebrato la sua morte il giorno prima che accadesse, cogliendo l'occasione della cena pasquale che stava condividendo con i suoi discepoli. Celebrare significa onorare con lodi, esaltare. Si può onorare la propria morte, esaltarla come un passaggio vitale e prezioso? Gesù l'ha fatto. Francesco d'...

L'estasi di Ostia

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Nel libro nono delle "Confessioni" sant'Agostino ricorda un momento intenso di contemplazione vissuto insieme a Monica, sua madre.  Anno 387, da poco Agostino ha ricevuto il battesimo e in viaggio fa tappa ad Ostia Tiberina, insieme alla madre, che qualche giorno dopo si sarebbe ammalata gravemente e sarebbe morta.  Agostino descrive in modo meraviglioso un dialogo profondo con Monica, un'esperienza mistica nutrita dalle Sacre Scritture. Due cuori intensamente impregnati di Parola di Dio e ardenti di desiderio per il Regno eterno, vivono intensamente un assaggio del dono futuro.  "Incombeva il giorno in cui doveva uscire da questa vita - e Tu lo conoscevi quel giorno, noi no. Accadde allora per una Tua misteriosa intenzione, credo, che ci trovassimo soli io e lei, affacciati a una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là nei pressi di Ostia Tiberina, dove c'eravamo appartati lontano da ogni trambusto, per riposarci della fatica di...

Santosha

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  Sono rimasto sorpreso di trovare nella spiritualità induista un "precetto", che si può richiamare con la parola sanscrita "santosha" (sam  “tutto” e tosha “appagamento” cioè, nell’insieme “contenti”), che spinga chi pratica la disciplina dello yoga ad essere contento, ad essere felice di quello che si ha. Il capitolo secondo dello "Yoga Sutra" di Patanjali lo mette tra le regole di comportamento fondamentali. Accontentarsi, essere contento di ciò che si è e di ciò che si ha. Non è semplice, ne tanto meno ovvio, in un mondo come il nostro dove veniamo educati fin da bambini ad avere sempre di più e il meglio, a non accontentarsi mai, ma migliorare sempre, crescere di più, andare avanti all'infinito e tutto, sempre, in competizione con gli altri.  Accontentarsi è sapienza. Accontentarsi è essere felici qui e ora.  Accontentarsi è essere libero dall'ansia e dall'affanno. Cedo la parola a Paolo, missionario infaticabile di Gesù: "So vivere n...

Irradiando amore

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  Nel pellegrinaggio dello spirito, che consiste nel meditare testi di tradizioni spirituali diverse, si rimane spesso sorpresi accostando pagine, lontane geograficamente, ma vicine e affini nello Spirito.  Un esempio sono i brani che meditiamo oggi, uno tratto dal Mettā Sutta, della tradizione buddista e l'altro tratto dalla lettera di Paolo ai Romani, che nutre da due millenni la nostra tradizione cristiana.  Leggiamo il testo buddista: “Che nessuno inganni l’altro, né lo disprezzi né con odio o ira desideri il suo male. Come una madre protegge con la sua vita il suo figlio, il suo unico figlio, così con cuore aperto si abbia cura di ogni essere, irradiando amore sull’universo intero, in alto verso il celo, in basso verso gli abissi, in ogni luogo, senza limitazioni, liberi da odio e rancore”. Un amore che irradia in ogni direzione, con amorevolezza materna. Instancabile fiducia in ciò che guarisce da odio e rancore. Coltivare nel proprio cuore tutto questo porta benefi...